Introduzione:

In questo breve documento cercherò di tracciare un percorso guidato e ragionato attraverso la storia delle arti marziali giapponesi, prendendo come punti di riferimento periodi storici o avvenimenti precisi che ne influenzarono lo sviluppo e la diffusione, quando non proprio l’esistenza.
Questo documento non vuole essere la storia di questo o quello stile o di questo o quel maestro, ma piuttosto una spiegazione organica e circostanziata di quei passaggi che hanno segnato le varie epoche trattate.
Le arti di qualsiasi genere infatti sono profondamente radicate nel tessuto sociale e nel contesto storico in cui si sviluppano, per questo motivo ho dato la priorità a quei mutamenti e a quegli avvenimenti di interesse storico che risultano maggiormente significativi dal punto di vista di questa ricerca.
In alcuni casi ho cercato di essere il più accurato possibile, annettendo nomi e date, per poter stabilire dei punti cardinali da usare per orientarsi in un intricato groviglio che si intreccia da più di mille anni mischiando folklore e fonti storiche.

 

Antichità:

 Il Giappone ha risentito delle influenze cinesi in diversi aspetti della propria cultura, d’altronde è stata una peculiarità giapponese per diverso tempo quella di assorbire elementi culturali esterni e rielaborarli in maniera propria.
La scrittura ad esempio è derivata da caratteri cinesi, introdotti nell’isola verso il VII secolo d.C. grazie alla diffusione del buddismo favorito sicuramente dai nascenti commerci del Giappone con Cina e Corea. Secondo alcune fonti storiche infatti si può collocare l’introduzione del Buddismo in Giappone nel 736 d.C. Grazie all’imperatore Shomu che invitò a corte un famoso monaco cinese di scuola Lu, di nome Daoxuan Lushi (in giapponese Dosen Rishi), pare in seguito ai contatti con i re Coreani, i quali magnificavano all’imperatore la dottrina del Buddha già diffusa da tempo sul continente.
Secondo la tradizione, grande merito della diffusione del buddismo in Cina sarebbe da attribuire alla figura leggendaria di un monaco Indiano, Bodidharma, in giapponese anche noto come Daruma, a cui viene anche attribuita la paternità e la diffusione di alcune pratiche marziali e meditative che si sarebbero diffuse nei monasteri sparsi sul territorio cinese, tra cui ovviamente il monastero, o i monasteri Shaolin.
Tale religione ha attecchito e si è sviluppata in modo distinto rispetto alle correnti principali da cui è stato derivato, fondendo in sé elementi shintoisti già presenti nella cultura arcaica giapponese e costituendo un nucleo unico e nuovo, rimasto autonomo fino a quando le dinastie imperiali non decisero di influenzarlo a proprio uso.
Un percorso analogo a quello compiuto dal buddismo, lo si ritrova anche nelle arti marziali, veicolate in giappone mediante scambi culturali e commerciali, uno dei primi trattati commerciali ufficiali con la dinastia Ming risale al 1372, un esempio in tal senso è la diffusione in Okinawa di stili di combattimento portati dalle comunità cinesi e denominati semplicemente con il nome della famiglia del maestro concatenato al suffisso Te (mano). Il significato originario dell’ideogramma per la parola Karate è infatti mano cinese, ma dopo la Restaurazione Meiji esso verrà sostituito da un diverso ideogramma, dalla identica pronuncia che significa invece mano vuota.
Va aggiunto che in quel periodo diverse famiglie giapponesi di alto rango inviavano i propri giovani ad essere educati in Cina in varie arti e fra queste c’erano anche vari stili di arti marziali già diffusi nel continente.
Sicuramente una grande spinta allo sviluppo di queste arti venne offerta dalle particolari condizioni storiche che caratterizzarono il Giappone nei secoli successivi, infatti un sanguinoso periodo di guerra prima (periodo Sengoku) ed un lungo periodo di pace poi (periodo Tokugawa) contribuirono alla diffusione prima ed al raffinamento poi di numerose forme di arti marziali, legando queste ultime intimamente all’essenza della cultura giapponese.

 

Periodo Sengoku:

 Fra il XV ed il XVII secolo il Giappone visse un periodo di profonda instabilità politica, dovuto alla mancanza di un forte potere centrale, che portò ad anni di continue e sanguinose lotte intestine. Questo periodo fu anche chiamato epoca Sengoku, o epoca degli stati belligeranti e senza dubbio contribuì a formare la dura etica, oltre che la tecnica, della casta di guerrieri e delle bande di soldati del giappone feudale.
A chiudere questo sanguinoso periodo fu la vittoria definitiva del clan Tokugawa nella battaglia di Sakigahara nel 1600 e la seguente consegna del potere allo Shogun nel 1603 da parte dell’Imperatore.

 

Periodo Edo:

A guidare il proprio clan alla vittoria fu Tokugawa Ieyasu che ponendo fine al periodo Sengoku riuscì a pacificare il paese dando inizio al periodo Edo, anche detto periodo Tokugawa, che vide col passare degli anni lo shogunato diventare il solo ed unico potere indiscusso a governare il Giappone, relegando l’imperatore alla gabbia dorata del palazzo imperiale nella capitale, Edo.
Tale periodo durò dal 1603 al 1868 e fu per il Giappone un periodo straordinariamente lungo di stabilità politica, granitico ordine sociale, stretto isolazionismo e pacificazione sul fronte interno. Questo contribuì ad una cristallizzazione della società giapponese feudale e ad uno straordinario sviluppo delle arti per quasi due secoli, è opinione diffusa che in questo periodo si sia raggiunto l’apice in molte discipline, estremamente correlate con il mondo aristocratico a cui i samurai appartenevano quali lo shodo, il teatro No e la cerimonia del .
Uno dei primi atti ufficiali del nuovo Shogunato fu di promulgare il cosiddetto Editto Tokugawa (1635 d.C.), che di fatto introduceva misure fortemente repressive nei confronti di qualsiasi influenza estera, di tipo commerciale, culturale e religiosa, oltre a proibire di fatto a qualsiasi giapponese di lasciare il paese.
Il giappone feudale, preservatosi lungo tutto il periodo Tokugawa, era basato su di un sistema rigidamente diviso in caste, in cui la figura dei feudatari era ricoperta dai daimyo, signorotti che si tramandavano il titolo e le terre in maniera ereditaria e che avevano al proprio servizio i membri della casta dei guerrieri, servitori devoti fino alla morte: i samurai.
Parte integrante dei doveri del samurai era quello di allenarsi e perfezionarsi nelle arti del budo, tra queste figurano discipline che coinvolgevano l’uso delle armi, come il: kyudo (tiro con l’arco, infatti nelle prime rappresentazioni teatrali, l’arma principale dei samurai era proprio l’arco), lo yarijutsu (combattimento con la lancia), il kenjutsu (scherma) ma anche discipline non direttamente legate al combattimento quali jobajutsu (equitazione), tachi oyogi (nuoto) e così via.
Il periodo relativamente lungo di pace contribuì ad uno studio più profondo delle arti marziali, maggiormente diretto al miglioramento individuale ed alla ricerca della perfezione assoluta e meno orientato al perseguimento dell’efficacia immediata da impartire alle soldataglie prima che queste fossero spedite in battaglia.
Per capire l’influenza del passaggio tra questa epoca e la precedente, basta citare che è opinione comune che le katana del periodo Sengoku fossero più pesanti di quelle del periodo Tokugawa, perché le prime dovevano essere usate spesso contro avversari dotati di armatura in un campo di battaglia, le seconde si diffusero in un periodo in cui non ci furono mai veri eserciti schierati, ma dove piuttosto abbondavano scaramucce con bande di briganti, agguati da parte di clan rivali e congiure di palazzo. Le arti marziali dunque ebbero una evoluzione atta a coprire le nuove esigenze che i cambiamenti nella società richiedevano.
E’ interessante notare come in questo periodo si affermarono opere dedicate alla commemorazione nostalgica di quei valori e di quell’epica proprie della più belligerante epoca precedente, un esempio tipico della celebrazione di quei vecchi valori è rappresentato dal classico Hagakure (1709­-1716).
L’isolazionismo garantì la solidità di questo sistema sociale ed etico durante tutto l’arco del periodo Edo, inoltre contribuì a tenere l’occidente e le sue armi da fuoco lontane dall’isola, rendendo il budo e le armi di cui si occupava l’unica valida alternativa all’essere inermi.
Molte armi presenti in diverse arti marziali giapponesi giunte fino ai giorni nostri, oltre alle ben note spade e lance, altro non erano se non attrezzi agricoli riadattati, come il bo, il nunchaku, il kunai, il tonfa, oppure strumenti in dotazione alle forze dell’ordine dell’epoca, come i sai ed i jitte. Sicuramente questo si può spiegare con la necessità da parte della classe dei contadini di difendersi da briganti, banditi, ronin e talvolta anche dagli stessi samurai.
E’ interessante notare inoltre che sebbene la katana giapponese sia molto diversa dalle spade cinesi, tutte le altre armi, avendo una derivazione comune di tipo agricolo o comunque di vita quotidiana, presentino enormi similitudini, anche a livello di utilizzo, con i loro corrispettivi cinesi.

Nella seconda parte dell’articolo vedremo cosa accade quando questo periodo di stabilità finisce e come la restaurazione Meiji guiderà il paese nell’epoca moderna, anche dal punto di vista delle arti marziali.

Paolo Riccardi