Yo no
hajime
kudashi tamaishi
jikyõken
kuni o tatemasu
kami no mikokoro(1)
Alle origine del mondo
lo specchio, la perla e la spada
scesero tra noi
e da allora per l'umanità
sono l’espressione della mente divina
Ueshiba
Morihei
1.
Alle origini
Ueshiba Morihei,
scomparso nel 1969, ci ha lasciato un’ importante eredità,
costituita non soltanto dalle tecniche dell’aikido moderno, ma
anche da una serie di formule di meditazione e di riflessione
intorno al valore etico della disciplina. Il carattere e le forme
fondamentali dell’aikido moderno derivano dall’insegnamento di
Sokaku Takeda, grande maestro di Daito Ryu Aiki jutsu,
esperto nell’arte della katana e del jo, il bastone corto, di cui
Ueshiba fu, dal 1905, uno degli allievi prediletti. Come nel caso
di altre pratiche marziali moderne, l’aikido affonda le proprie
lontane radici nel medioevo giapponese; il Daito Ryu Aiki jitsu,
infatti, risale alle tecniche di combattimento codificate da
Minamoto Yoshimitsu (1100 ca.) e alle ricerca di perfezionamento
nel combattimento individuale proposta da Soemon Takeda, di cui
Sokaku era nipote, tra Settecento e Ottocento, in piena età
Tokugawa, il clan che dal 1600 aveva imposto la pacificazione
forzata nel mondo feudale giapponese.
Ma l’aikido moderno, parallelamente alla trasformazione di altre
discipline derivate dall’esercizio militare, assume, all’inizio del
Novecento, caratteristiche del tutto diverse, ove l’accento è
posto, come accade per il Judo proposto da Jigoro Kano, sul valore
di formazione culturale ed etica e sulla ricerca di una dimensione
psico-fisica individuale che solleciti ciascuno ad una percezione
più ampia della realtà. Non fu casuale, in questo senso, l’incontro
di Ueshiba Morihei con Onisaburo Deguchi, a capo della setta
religiosa shintoista denominata Omoto-kyo
(l’insegnamento
della Grande Origine). L’ispirazione pacifista del movimento e
l’idea della necessità del disarmo universale portarono presto allo
scontro con il governo giapponese e alla dissoluzione del gruppo;
ma la matrice non violenta venne lasciata in eredità alla
disciplina che Ueshiba Morihei stava elaborando, all’aikido, come
via (Do)
per lo sviluppo dell’armonia universale (ai-ki).
E’ per questo che, alla trasformazione e all’elaborazione tecnica,
il fondatore dell’aikido moderno affiancò, nelle formule tipiche
della riflessione giapponese, la ricerca consapevole dei principi
di quell’armonia universale a cui ogni tecnica deve
ispirarsi. I-ki
divenne la
parola chiave di questa ricerca, il modo in cui il ritmo di ogni
gesto, di ogni movimento diviene compartecipe del ritmo
dell’universo, e la composizione di dõka,
piccole poesie che manifestano la compartecipazione al tutto,
secondo la tecnica del waka,
successione di 5-7-5-7-7 sillabe, il veicolo di comunicazione di
questa particolare esperienza di pensiero. Anche altri, come Shuzo
Kuki(2),
riformularono, nel corso dei primi decenni del Novecento, il
significato profondo del termine iki,
che,
ripreso dalla tradizione giapponese in altri contesti filosofici e
connesso a forme di pensiero occidentali, rivela, al di là di ogni
possibile traduzione letterale (“respiro”, “momento di grazia”…),
la motivazione più forte della ricerca dell’aikido:
nella consapevolezza che tutto muta e si trasforma, ciò che vale è
solo quell’istante in cui l’esperienza individuale in atto, in
senso fisico e psichico, si modella in un momento irripetibile di
ricongiungimento all’essenza universale della realtà. Shuzo Kuki
interpreta l’iki
come
il gesto,
particolare e universale insieme, che caratterizza ogni atto della
geisha, del samurai o del monaco; a sua volta, Ueshiba sottolinea,
nel dõka
proposto
all’inizio, che la via dell’aiki
(armonia
universale) è caratterizzata dai tre doni che la mente divina ha
dato agli uomini, lo specchio, la perla, la spada: come egli stesso
dice, lo specchio rappresenta la conoscenza e l’onestà
intellettuale che deve accompagnarla, la perla la benevolenza e la
compartecipazione che caratterizza ogni atto individuale – la perla
è anche la frazione atomistica del reale, l’immagine particolare
del mondo – rispetto all’universale, la spada il coraggio e la
determinazione che deve accompagnare l’azione e ogni nostra
decisione.
2. Lo sviluppo dell’aikido moderno: il
shin shin toitsu aikido
Nel 1978 alcuni
maestri italiani di aikido,
tra cui Renata Carlon, Giovanni Gioconto, Mario Peloni e
Giuseppe Ruglioni, incontrano nel
suo primo stage europeo Koichi Tohei, l’allievo che Ueshiba, che,
introdotto dal fondatore nella pratica della disciplina sin dal
1939, ne era divenuto uno degli interpreti più originali e capaci.
In breve tempo, Tohei aveva raggiunto il massimo grado (10° dan) ed
era divenuto il capo degli istruttori; e, parallelamente, aveva
sviluppato una propria personale esperienza praticando le forme di
respirazione misogi,
della meditazione zazen
e
avvicinandosi alle concezioni di Tempû Nakamura, il primo maestro
ad introdurre lo yoga in Giappone e a promuovere esercizi di
meditazione e di pratica nell’intento di sollecitare la
consapevolezza della fondamentale unità di mente e corpo.
L’accento venne posto da Tohei sulla pratica del
ki,
sia nelle modalità di meditazione e respirazione sia
nell’esecuzione delle tecniche: una pratica che, oltre i confini
del dojo, poteva essere sviluppata nella vita quotidiana stessa,
fino a divenire parte integrante della personalità
dell’allievo.(3)
Nasce così
lo shin shin
toitsu aikido, l’aikido con
mente e corpo coordinati, e, dopo la morte di Ueshiba, nel 1971
Tohei fonda una propria scuola con il nome di Ki no Kenkyukai
(Associazione per la ricerca del ki), che amplia nel 1974 fino a
comprendere lo shin shin
toitsu do (pratica del
ki), lo shin shin
toitsu aikido o
kiaikido,
il kiatsu
ryoho (la scuola di
kiatsu, metodo di digitopressione per il benessere
psico-fisico).(4)
La disciplina dell’aikido viene così a comprendere molte forme di
attività, ciascuna delle quali, indipendentemente dalle tecniche
specifiche, ha come elemento unificante l’esercizio e lo sviluppo
del ki come fondamento della coordinazione mente-corpo, nelle
pratiche come nella vita quotidiana: “La mente ed il corpo sono
nati dal Ki dell’Universo. Non esiste una frontiera tra la mente ed
il corpo, nessun punto onde inizia la mente, e dove termina il
corpo e viceversa. In origine mente e corpo erano tutt’uno – una
unità. Però noi persistiamo nell’errore di considerare la mente ed
il corpo due entità ben distinte e separate, e cerchiamo futilmente
di unire e riconciliare le caratteristiche opposte di ambedue. Ma
ciò è contro natura […]. E’ impossibile unire mente e corpo finché
li consideriamo due cose diverse tra di loro. In verità, però non è
difficile unire la mente ed il corpo che in origine erano tutt’uno.
Anzi, oso dire che “se ci rendiamo conto che in origine mente e
corpo formarono una unità, e se agiamo secondo questo principio, la
coordinazione tra mente e corpo in ogni momento della nostra vita
giornaliera è molto facile”.(5)
Prima di portare il suo insegnamento in Europa, Tohei aveva già
insegnato negli Stati Uniti, con grandissimo successo, dal 1953 al
1971; in Europa trovò l’attenzione di molti maestri di aikido e un
fertile terreno, che decise di lasciar coltivare ad un suo allora
giovanissimo allievo, Kenjiro Yoshigasaki.
Già parecchi anni prima, nel 1955, un giovane francese, André
Nocquet, era stato a Tokyo allievo diretto di Ueshiba
Morihei,(6)
e
aveva importato in Europa i principi della disciplina, contribuendo
rapidamente a diffonderli, secondo modalità di interpretazione che
avevano attratto sin dai primi anni settanta anche alcuni maestri
italiani, come testimonia Giuseppe Ruglioni,(7)
attuale shihan a
Firenze; ma, dalla fine degli anni settanta, è stato Kenjiro
Yoshigasaki a curare lo sviluppo del ki-aikido in Europa e a
mostrarne le ulteriori possibilità di sviluppo non solo in senso
tecnico.
3. Il ki-aikido oggi
Il
Doshu Kenjiro Yoshigasaki ha intrapreso da qualche anno una via
autonoma rispetto alla scuola di Koichi Tohei, pur mantenendo a
fondamento della disciplina l’impostazione tecnica originaria.
“Quando comprendo la mia natura, comprendo la natura delle altre
persone. Quando guardo profondamente in me stesso, vedo che non
voglio combattere e che voglio pace e armonia”, così dichiara
Kenjiro Yoshigasaki nell’epigrafe posta sulla copertina del suo
libro, Viaggio
interiore di uno straniero,(8)
un
volume che volutamente evita di presentare le forme “tecniche”
della disciplina.
Ancora sulla via di una costante evoluzione, la riflessione
sull’aikido di Yoshigsaki tende a concentrare l’attenzione su
quanto, nel modo di praticare l’aikido, è legato a tutt’oggi al
principio di dover praticare una “tecnica”: “Tecnica significa fare
qualcosa di differente da ciò che stai già facendo, per arrivare
alla tua destinazione in modo armonioso. E’ un concetto che si
applica anche ai cambiamenti nella vita. Naturalmente, vuoi
cambiare certe cose nella tua vita, ma spesso succede che hai
difficoltà a farlo. Questo ti fa sentire frustrato e disperato. Per
rimediare a ciò devi sapere come usare la seguente tecnica di
meditazione. Devi, per prima cosa, rinunciare al desiderio di
cambiare e decidere che vuoi vivere per sempre senza cambiare.
Qualcosa cambierà al tuo interno e questo cambiamento produrrà
altri cambiamenti. Finalmente, cambierà la tua intera vita,
compresi probabilmente i cambiamenti che volevi all’inizio”.
Ciò che importante, dunque, non è la tecnica di per sé, ma il modo
in cui la tecnica induce il cambiamento: la pratica dell’ aikido
risolve la domanda “come fare questa tecnica?” nella domanda “come
fare?” e nel non agire come pratica di modificazione della propria
impostazione nella disciplina. Ciò non significa, ovviamente,
abbandonare la pratica del dojo nelle sue diverse forme, dalla
parte dedicata agli esercizi individuali e posturali a quella
dedicata alle sequenze a coppia, a mani nude o con le armi
(il tanto
–coltello - ,
il jo
–
bastone corto -, il bokken
– la
spada in legno, imitazione della katana,
ma a sua volta arma specifica). Si tratta, in sostanza, di condurre
alle estreme conseguenze l’idea dell’unità mente-corpo proposta da
Tohei e di un diverso modo di considerare il sistema di
opposizioni, tipico della mentalità occidentale, ma anche di ogni
concezione che cerca di ricondurre ad unità gli elementi che
consideriamo in opposizione, primi tra tutti la mente e il corpo.
Di fatto, non c’è opposizione; solo se osserviamo le cose in
maniera parziale il mondo degli opposti prodotto dal pensare per
concetti si presenta come unica via per la risoluzione dei
conflitti, ma se percepiamo e concepiamo la realtà nella totalità
dell’agire, ovvero nel non agire, ogni conflittualità sfuma: alla
teoria della tecnica si sostituisce una teoria della vita.
Prof. Stefano Benassi
- Da J.Stevens, The Essence of Aikido. Spiritual Teachings of Morihei Ueshiba, Tokyo, Kodansha International Ltd., 1999, p.59.
- Cfr. Shuzo Kuki, La struttura dell’iki, Milano, Adelphi, 1992.
- Koichi Tohei, Il ki nella vita quotidiana, Genova, Erga edizioni, 1984; ID., La coordinazione mente-corpo, Genova, Erga edizioni, 1988.
- Koichi Tohei, Kiatsu, Genova, Erga edizioni, 1990.
- Koichi Tohei, La coordinazione mente-corpo, cit., p. 10.
- Cfr. A.Nocquet, Maître Morihei Uyeshiba. Présence & message, Guy Trédaniel éditeur, 1987.
- Cfr. G.Ruglioni, Unificazione mente-corpo e Ki Aikido, Genova, Erga Edizioni, 1997, p.10.
- Kenjiro Yoshigasaki, Viaggio interiore di uno straniero, Genova, Erga edizioni, 2002.
- Ibid., p. 119.