I rapporti tra
Euclide e Archimede
Euclide visse intorno al 300 a.C. e pubblicò i suoi Elementa (in
greco Stoicheia) come una visione d’insieme di un particolare modo
di concepire la matematica che risaliva ai Babilonesi, agli
Egiziani e ai primi filosofi greci come Talete e Pitagora. Benché
quest’opera possa essere considerata l’espressione dello “stato
dell’arte” al tempo in cui venne pubblicata, rimase dal punto di
vista teorico l’approccio dominante alla matematica fino all’ultima
parte del 19° secolo – e nella didattica scolastica è ancora oggi
dominante. Quest’opera fu la via d’accesso privilegiata alla
matematica ed è considerata un buon esempio di codificazione di un
determinato approccio ad essa, assumendo quasi i caratteri di un
monopolio culturale.
La relazione di questa concezione con i movimenti del corpo può
essere vista attraverso l’intera storia del disegno geometrico,
così come viene interpretata dalle istituzioni che disciplinano il
corpo umano e i suoi movimenti, a partire dai più antichi monasteri
fino alle istituzioni militari e sociali, come, per esempio, gli
ospizi per i poveri e gli orfanotrofi e le scuole. Ciò aveva lo
scopo principalmente di avviare coloro che facevano parte di queste
istituzioni ad un buon rapporto tra la propria corporeità e quella
del gruppo di appartenenza.
La prospettiva euclidea ebbe il suo sviluppo nella meccanica grazie
ad Archimede di Siracusa (280-212 a.C.), che studiò con i seguaci
di Euclide ad Alessandria, ma sviluppò successivamente una propria
originale concezione. Non soltanto inventò il calcolo integrale, ma
egli compì costantemente sperimentazioni ed è per questo
soprattutto ricordato, per le sue scoperte nel campo della fisica e
delle leggi che ne regolano la pratica. Si ricorda che egli corse
fuori dalla vasca da bagno, nudo per le strade di Siracusa,
gridando “Eureka!” (“Ho trovato!”) dopo aver scoperto ciò che è
chiamata “La legge di Archimede”, mentre faceva il bagno. Egli
iniziò a rilevare anche il diverso peso specifico di differenti
metalli e fu l’inventore di molti strumenti pratici (come la vite
di Archimede), la puleggia a trazione composta e macchine da guerra
che servirono a difendere Siracusa dall’attacco dei Romani per tre
anni, fino a che non presero la città e lo uccisero.
Vi è qualche interessante esempio di come il movimento è
generato dalla combinazione di punti e linee: la vite di Archimede
(che è ancora usata per l’irrigazione) ruota su una linea retta
intorno ad un unico punto.
Archimede formulò anche una versione della “Legge della leva”,
cercando di spiegare come la leva lavora, un modello concettuale
che è stato già dibattuto per secoli. Per sottolineare la potenza
della leva esclamò (ma ci sono differenti versioni): “Datemi un
punto fermo e solleverò il mondo!”. Questo simpatico aneddoto può
essere considerato un paradosso se confrontato oggi con la nostra
incapacità di sollevare il mondo, poiché noi possiamo vivere solo
all’interno di esso. Interpretato in questo senso, possiamo ridere
di esso, diventa un cartone animato a sfondo metafisico.
Ma questa idea di un “unico punto” o “punto di Archimede” è stato
assolutamente fondamentale nella ricerca di un modo per tentare di
conquistare il mondo e dominarlo. Era questa la convinzione di
Cartesio di aver trovato così un solido fondamento alla propria
filosofia (“Archimede, per muovere il globo terrestre dal suo luogo
proprio e trasportarlo in un altro luogo, non chiedeva nient’altro
che un punto che fosse fisso e stabile. Parimenti avrei il diritto
di concepire alte speranze se fossi abbastanza fortunato di trovare
solamente una cosa che sia certa e indubitabile” (Dalla Seconda
Meditazione nelle Meditazioni metafisiche – 1641).
La stessa concezione compare nell’affresco (risalente attorno al
1600) nella Stanza della Matematica della Galleria degli Uffizi a
Firenze, dove questa idea metafisico-tecnica è descritta nei
termini di una rappresentazione sovrannaturale e fideistica, che
spesso è stato il modo di trasmettere “verità assolute” al popolo.
Questa immagine del controllo sul mondo ben si radica nella
tradizione ebraica di un Dio creatore dell’universo, della terra o
natura; una tradizione che è stata ripresa nelle scienze naturali
(un modo inadeguato comunque di autocomprensione di queste) nel
loro programma di controllo sopra la natura, come razionale (più
perfetta) ri-creazione. Questi aspetti sono oggi presenti in modo
particolare nelle attese del grande pubblico verso le tecnologie
genetiche. I Greci con il loro mondo politeistico – le numerose
divinità rappresentavano le forze della natura e perciò
costituivano il presupposto della natura, agendo all’interno del
mondo -, rappresentano in questo senso una tradizione più
interessante rispetto a quella risalente alle radici ebraiche della
cultura europea che venne ben armonizzata con le modalità
pragmatiche di potere dell’Impero romano, riprese poi all’interno
della Chiesa Cattolica.
Euclide ed Archimede, congiuntamente, o, meglio, le modalità con
cui le loro opere sono state recepite nel corso dei secoli, sono
rappresentative di alcuni tratti dominanti della nostra cultura. Il
primo rappresenta la stagnazione filosofica (in particolar modo
relativamente al significato della geometria per la comprensione
della vita e del mondo) di qualche migliaia d’anni, il secondo
l’impulso alla creatività tecnologica all’interno di
quell’orizzonte di stagnazione. Entrambi sono simbolo di una
cultura dell’agire attivo che riflette troppo poco intorno ai
propri obiettivi, gira attorno al suo proprio asse, produce sempre
più – e ora troppo – le stesse cose.
Jan Baars
(tr. di S.Benassi)