Safe from Harm

Pratico Aikido da più di 10 anni ed ho sempre avuto una gran quantità di amici impegnati nelle arti marziali più differenti ed eterogenee. Mi è capitato quindi spesso e volentieri di condividere con loro: idee, video, riflessioni, opinioni e tecniche.

Spesso mi capita per le mani materiale riguardante la difesa personale, non è importante dire da quali pratiche derivino questi corsi, o discutere della tecnica dell’istruttore di turno, ma tutte le volte rimango sorpreso dalla comune interpretazione data al concetto di “autodifesa”, perché tale interpretazione ovviamente si ripercuote pesantemente sull’impostazione strategica e quindi anche filosofica di certe pratiche.

Molto spesso l’impostazione di questi corsi è basata sull’insegnamento di un numero più o meno ampio di tecniche come risposta a specifiche situazioni di attacco. Tutte le tecniche proposte sono per lo più tese a realizzare il massimo danno all’aggressore, per renderlo inoffensivo temporaneamente o permanentemente. Ho perso il conto dei video di difesa personale in cui l’istruttore di turno avverte l’audience che  la tecnica che sta per mostrare è in grado di infliggere gravi danni o addirittura uccidere l’aggressore.

Il significato e quindi lo scopo della difesa personale, diventa di combattere per infliggere il maggior danno possibile al proprio avversario. Il punto di vista che voglio proporre invece è completamente opposto.

Premetto che, per quanto ne so, è molto probabile che un’aggressione reale, non evitata in altro modo, finisca con qualcuno che si fa male. Se si nega questo si sta parlando di fantascienza, non di difesa personale. Potremmo definire il verificarsi di questa eventualità un “danno collaterale” e nell’ottica di una situazione di reale pericolo potrebbe addirittura non essere evitabile. Il problema è che trasformare un danno collaterale nello scopo primario della nostra azione è un grosso errore strategico che comporta inevitabilmente un allontanamento dal vero scopo.

Credo che il vero scopo dell’autodifesa dovrebbe essere l’autoconservazione. In altre parole ricevere il minimo danno possibile, possibilmente non subirne alcuno, per dirla in altri termini “per prima cosa: non prenderle”. Questo per una motivazione utilitaristica, prima ancora che etica, a poco vale riuscire a mettere fuori combattimento, magari definitivamente, un aggressore se poi noi stessi abbiamo riportato dei danni seri e magari evitabili.

L’autodifesa intesa in questo senso non si basa sul combattimento, ma piuttosto sul non-combattimento. Non a caso Sun Tsu nel più famoso trattato di strategia militare orientale raccomandava: “vincere senza combattere” perché il combattimento non conviene mai, inoltre quando il combattimento è proprio inevitabile dovrebbe durare il minor tempo possibile e con il minor danno possibile.

Indiscutibilmente se si antepone uno scopo ad un altro i risultati seguiranno la stessa scala di priorità. Ma allora perché molti corsi di difesa personale mettono così tanta enfasi sulla massimizzazione dei danni procurati anziché concentrarsi sulla minimizzazione dei danni subiti? La mia idea è che purtroppo per le persone sia più facile acquisire come piccola certezza personale la capacità di infliggere un danno e trarre da ciò un senso di sicurezza, anche fittizio. Aggiungo che forse questo tipo di piccole certezze, più o meno illusorie, hanno anche l’effetto secondario di gratificare maggiormente i praticanti, con positive influenze sul ritorno commerciale.

Ovviamente la cosa migliore per preservare la propria incolumità è non essere in certe situazioni, riuscire a percepire in anticipo e a disimpegnarsi rapidamente prima che l’aggressione si concretizzi, senza fissare la mente su particolari tecniche, prima che le circostanze diventino davvero troppo pericolose. Per dirla con le parole del Doshu

“fare in modo che l’attacco non avvenga o che non si sviluppi”.

Insomma, al sicuro dai pericoli, per quanto possibile.

Articolo pubblicato su KiNews Agosto 2012

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Sacrificio – SASAGEMONOささげもの

In tutte le discipline marziali e in molte altre discipline : dalla musica alla pittura, alla scultura, ho sempre considerato fondamentale il sacrificio oltre al talento e alla scintilla unica del genio. Il sacrificio assume in ogni contesto un aspetto unico che lo lega alla grandezza dell’impresa. Una forma di sacrificio può essere la dedizione, la fatica, ma quella che preferisco ,e che per me rende unico il gesto , è la consapevolezza del limite e la forza di affrontarlo,di affrontare la propria debolezza, la propria paura, il dolore o il rischio di insuccesso. Esistono molti modi di approccio e di “ valutazione” e questo dipende dalla cultura , dalla religione, dalla filosofia , ma tutti le realtà gli riconoscono un valore.

C’è un grosso legame fra il sacrificio e la purificazione e Il miglior modo di espressione di questo aspetto perme è il misogi. Il Dio Izanagi si immerse nel mare per purificarsi dalle scorie della morte, dopo il suo ritornodall’oltre tomba ( Yomi ) .Durante la nostra ricerca, la nostra pratica, cerchiamo la vera vittoria su noi stessi (Masakatsu-Agatsu-Katsu-Hayabi ) capendo il nostro limite , fisico o mentale, riusciamo a capire quello checerchiamo , come affrontarlo. Questa scoperta rimane comunque dolorosa e la consapevolezza crea ancora attrito fra il nostro essere e quello che ci siamo immaginati di essere . Ho cercato e creduto che il sacrificio fisico fosse il modo per dare valore alle azioni ,alle cose, lo facevano nel medioevo per diventare cavalieri o samurai. Lo fanno I missionari , lo ha fatto Gandhi per il suo popolo. Lo hanno fatto più recentemente dei tecnici della centrale di Fukushima, lo fanno quotidianamente le madri di bambini poco fortunati e tutto questo va oltre l’espiazione. Il valore di uno stato va oltre al risultato e all’affermazione sugli altri e la ricercadella sostanza delle cose non è più una semplice questione di affermazione sociale .

Quest’inverno abbiamo praticato misogi approfittando del primo mese dell’anno e di buone condizioni climatiche . Tutto il Dojo ha partecipato all’organizzazione e all’allestimento, chi per sfida con me, chi con se stesso, chi solo per la novità. Alle otto di mattina c’erano sei gradi sotto zero e comunque 25 persone sonovenuti alla lezione. Il clima era buono, un pò di diffidenza sulla reale necessità e validità all’inizio c’era. Fatto il misogi , però tutti I praticanti avevano percepito non solo la sfida , ma avevano iniziato a capire che, attraverso un piccolo sacrificio , potevano scendere più in profondità ; la frizione fra la comodità di una caldapalestra e una lezione in costume in terrazza ha stimolato nuove energie e una maggior consapevolezza della respirazione, concentrazione . La percezione del freddo poteva cambiare e era cambiata. Questa lezione mi ha dato una grossa soddisfazione. Non so esattamente cosa sia rimasta a tutti, ma il misogi era diventato un mezzo per capire , uscire dal sacrificio nella sola versione fisica , guardare il significato della “purificazione”, ricondurre la via sulla direzione della ricerca più lontana dalla sola affermazione del nostro io.

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Aikido e Percezione

Se non sapete cosa è il Ki Aikido e/o non avete mai visto niente sull’Aikido, vi invitiamo a vedere questo video realizzato dall’Associazione Kinokenkyukai Italia.

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